Mercato

Filiera italiana dell’auto: i componentisti trainano la ripartenza

La filiera italiana dell’auto tiene e nel 2010 è riuscita nel suo insieme ad incrementare il proprio fatturato, pari a 42,2 miliardi, dell’11,1% rispetto al 2009, recuperando l’86% dei ricavi registrati nel 2008. E’ quanto emerge dall’edizione 2011 dell’Osservatorio sulla filiera autoveicolare italiana, tradizionale indagine sul settore auto realizzata dalla Camera di commercio di Torino, in collaborazione con ANFIA, presentata ieri a Torino. L’edizione di quest’anno è basata su 290 questionari, per la prima volta compilati on line direttamente dalle imprese e sull’analisi dei bilanci di 2.327 società di capitale. La ricerca è curata da STEP Ricerche srl.

“Se l’industria mondiale riparte, ma la produzione italiana appare ancora ferma, la filiera dei componentisti mostra di aver già agganciato la ripresa, con un fatturato in aumento del +11,1% a livello nazionale e del +16,4% per il Piemonte – osserva Alessandro Barberis, Presidente della Camera di commercio di Torino. – Il principale motore della crescita si conferma l’export, che recupera quasi totalmente i livelli del precrisi: oggi ben il 73% delle imprese intervistate dichiara di dovere una parte del proprio fatturato ai clienti esteri. In calo la dipendenza da Fiat, in crescita gli investimenti in ricerca e sviluppo e la flessibilità nel rispondere alle mutevoli esigenze del mercato globale”.

“La ripartenza del 2010 poggia ancora una volta sulla vocazione internazionale della componentistica italiana – ha dichiarato Mauro Ferrari, Presidente del Gruppo Componenti ANFIA e Vice Presidente di ANFIA – che deve la sua crescita, anche nella prima metà del 2011, ai mercati di sbocco dell’area BRIC, dove ormai possiamo vantare anche una significativa presenza produttiva. Aumenta anche il peso dell’export verso Paesi dell’Europa orientale come Turchia, Repubblica Ceca e Polonia. Ricordo, inoltre, che l’export verso la Serbia – fortemente cresciuto nell’arco dell’ultimo quinquennio (2005-2010) – è previsto in crescita negli anni a venire in ragione degli investimenti recentemente effettuati da Fiat nel Paese. La ripresa, in generale, rimane lenta in Europa e in Italia, con volumi produttivi bassi anche nel 2011 ma, nel nostro Paese, avrà sicuramente un impatto determinante sulla produzione attesa per i prossimi anni il completamento del progetto Fabbrica Italia. In conclusione, concentrarsi sulla competitività, lavorando su innovazione e internazionalizzazione, resta la formula vincente per l’intera filiera automotive italiana.

Sintesi dei principali dati

Nel 2010 l’industria mondiale riprende a crescere, soprattutto grazie a paesi come Cina Brasile, India; l’Italia invece è stabile, ma perde posizioni nella classifica mondiale dei paesi produttori di autoveicoli. In generale la filiera italiana, con oltre 2300 imprese, realizza fatturati per complessivi 42 miliardi e occupa circa 169.000 addetti. In Piemonte le imprese sono circa 900, con un fatturato pari a 22,8 miliardi e 90.000 addetti. Rispetto al 2009 il fatturato italiano cresce dell’11,1%, recuperando l’86% dei ricavi pre-crisi, quello piemontese del 16,4% con un recupero del 90,6%.

  

La ripresa è guidata dall’export: ben il 73% dichiara di dovere una parte del proprio fatturato a clienti all’estero (il 75% delle piemontesi). Lo confermano anche i dati Istat che quantificano il valore delle esportazioni italiane 2010 in 16,4 miliardi di euro, +25% sul 2009, con un recupero di circa l’88% rispetto al livello pre-crisi.

Internazionalizzazione significa anche aperture di stabilimenti, che coinvolgono soprattutto India, Cina e Brasile. In calo la dipendenza da Fiat che passa per l’Italia da 63,2 a 56 euro su 100.

Situazione internazionale

Nel 2010 l’industria mondiale dell’auto ha ritrovato il passo di crescita registrando record storici di vendite (pari a 69 milioni di immatricolazioni, +14% rispetto al 2009) e di produzione (77,6 milioni di unità, +25,7%). La scomposizione dei dati rivela come la crisi prima e la ripresa dopo abbiano accelerato il cambiamento dei rapporti di forza fra i diversi mercati. La Cina è ormai stabilmente il primo mercato e la prima industria dell’auto, ma accanto ad essa sono cresciuti paesi come il Brasile (in quarta posizione come mercato, in sesta come numero di autoveicoli prodotti) e l’India (rispettivamente sesta e settima posizione). Fra i primi quindici produttori al mondo ormai si trovano anche Messico, Thailandia, Iran e Russia.

Mentre oggi i sistemi produttivi delle economie emergenti sono perfettamente in grado di far fronte da soli a una domanda di mobilità crescente, nei paesi di più antica industrializzazione invece si ha ormai una domanda di sostituzione, peraltro con ritardi rispetto ai livelli precrisi sia nelle immatricolazioni sia nella produzione.

Situazione italiana

In controtendenza con il resto del mondo, la produzione finale italiana di autoveicoli nel 2010 è dunque pressoché stabile, rispetto al 2009, rimanendo sotto quota 900 mila unità. Il risultato è dato da una flessione delle autovetture assemblate (-13,3%) e da un recupero dei veicoli industriali (+21,3%) e commerciali leggeri (+49,3%). Notevole è la perdita di posizioni nel mondo, dove l’Italia è passata dall’undicesimo posto del 2000 (con 1,7 milioni di autoveicoli prodotti) al diciannovesimo posto del 2010. L’arretramento è avvenuto anche nel continente europeo: dopo il quinto posto del 2000, si è vista progressivamente superare da Russia, Turchia, Repubblica Ceca e Polonia. Per il 2011 non si prevede una ripresa della produzione finale.

L’importanza dell’export

Fra i motori che hanno permesso la ripresa delle imprese intervistate, il più importante è stato quello relativo alle esportazioni. La crescita di queste ultime ha coinvolto quasi la metà dei rispondenti. Fra le imprese italiane intervistate, ben il 73% dichiara di dovere una parte del proprio fatturato a clienti all’estero (il 75% delle piemontesi). Quasi la metà degli esportatori del campione ha un fatturato che dipende per la metà o più da commesse oltre confine.

Aperture di stabilimenti

Nei mercati distanti le imprese più strutturate preferiscono aprire impianti produttivi direttamente in loco. Se si osserva la classifica dei paesi per numero di aperture di stabilimenti compiute all’estero dal 2008 ad oggi, al primo posto abbiamo l’India, poi la Cina e il Brasile, seguiti da paesi appartenenti all’Europa centrale e all’area NAFTA. Particolarmente importante il Brasile: un mercato dove il 30% dei rispondenti dichiara di esportare, ma che suscita l’interesse di un altro terzo del campione che finora ne è rimasto escluso.

L’internazionalizzazione passiva: il 74% del campione acquista forniture all’estero

La globalizzazione interessa sempre più anche gli acquisti. Circa il 74% del campione ha ormai catene di fornitura che si generano (a monte) in paesi esteri, non solo in Europa, ma sempre più in mercati emergenti. Sul totale acquisti del campione, subito dopo la Germania (primo paese) ormai si colloca la Cina. A seguire la Francia e al quarto posto la Corea del Sud. Allo stesso tempo i rapporti con la filiera locale sono ancora ben vivi: il 95% delle imprese piemontesi dichiara di avere almeno un fornitore attivo in regione.

Le leve competitive: qualità e flessibilità

Per affrontare una concorrenza sempre più globale, le nostre imprese fanno leva su prodotti e servizi caratterizzati da alti livelli di qualità (per il 50% del campione), e sulla capacità di variare velocemente la quantità di output, facendo fronte ai picchi produttivi (circa il 40% del campione), o sulla rapidità nella realizzazione di modifiche rispetto alle specifiche di prodotto (più di un intervistato su 5). La leva del prezzo minore rispetto alla concorrenza è sottolineata solo dal 13% del campione.

Ricerca e sviluppo

Metà dei rispondenti investe più del 2% del proprio fatturato in questo tipo di attività. Nonostante la crescita dei rapporti con le strutture universitarie e di ricerca (39 imprese, pari al 14% dei rispondenti, di cui 23 in Piemonte) la maggior parte della ricerca viene ancora condotta all’interno delle singole aziende. La strada della formalizzazione dei risultati tramite brevettazione è ancora scarsamente considerata. Infine, nonostante le collaborazioni con altre imprese stiano visibilmente crescendo, queste sono soprattutto commerciali (20% del campione è coinvolto in iniziative di questo tipo) e produttive (18%), riguardando in misura minore attività di ricerca e sviluppo (circa il 13% del campione). In crescita gli investimenti in clean tech, ma la parte di fatturato dovuta a queste produzioni non è ancora altrettanto alta.

Gli ordinativi del primo trimestre

L’andamento degli ordinativi raccolti da parte delle aziende intervistate, nel primo trimestre 2011 (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), conferma come la ripresa post-crisi continui, grazie a commesse nazionali (per il 60% dei rispondenti), ma soprattutto spinta dagli ordini provenienti dall’estero (il 70% dei rispondenti).

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